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220px Tito Schipa 1MANDULINATA A NAPULE TITO SCHIPA E LA GRANDE CANZONE NAPOLETANA

 Domenica, 22 agosto 2004, dalle ore 19.00

 Relatori: Massimo Bernardini, Giornalista; Giuseppe Corigliano, Direttore Ufficio Informazioni Opus Dei; Tito Schipa Junior, Musicista.
( immagine tratta da wikipedia, bold & underline by MP , in mezzo e in fondo brani da Youtube; il testo e' tratto
dall'archivio MeetingRimini del 2004 : con aggiunta di brani tratti da Youtube perché purtroppo NON è disponibile la registrazione integrale AUDIO dell'incontro
https://www.meetingrimini.org/en/eventi-totale/mandulinata-a-napule-tito-schipa-and-the-great-neapolitan-song/  )

Moderatore:

Pier Paolo Bellini, General Editor della collana musicale Spirto Gentil.

Moderatore: L’occasione di questo incontro, per noi molto importante: è l’uscita di un CD un po’ particolare all’interno della bellissima esperienza di Spirto Gentil, perché si tratta di una raccolta di canzoni napoletane che va un po’ giustificata all’interno di una collana che normalmente propone ascolti di musica classica; oltre tutto in una interpretazione molto particolare, un’interpretazione storica di un grandissimo tenore che bisognerebbe riscoprire, che si chiamava Tito Schipa. A parlare di questo abbiamo invitato tre persone che in qualche modo sono state coinvolte in questo lavoro: Massimo Bernardini, giornalista di Avvenire, Rai, Sat2000, ma anche musicista e musicologo; oltre ad essere un membro del comitato di Spirto Gentil, ha collaborato per questo numero facendo un’intervista a Renzo Arbore, una cosa molto particolare presente in questo CD; Pippo Corigliano che è portavoce dell’Opus Dei e quindi in qualche modo dovrà darci ragione della sua presenza qui questa sera, perché vorremmo capire il legame che c’è tra quello che fa e questa disponibilità che ha avuto nei confronti di quest’iniziativa. Infine abbiamo Tito Schipa Junior, quindi capirete che la derivazione dal grande tenore è evidente, è il figlio di Tito Schipa Senior; inoltre, è giusto ricordare che oltre alla responsabilità di avere un nome così sulle spalle che si porta da quando è nato, è anche un grandissimo professionista dalle tante sfaccettature, perché è regista, cantante, produttore, autore, traduttore, compositore; un uomo che ha affrontato tutti gli aspetti dell’espressione artistica e musicale; in particolare, è compositore di un’opera molto importante, intitolata Orfeo 9, che è stata la prima opera pop originale ad andare in scena nel mondo, quindi è un compositore anche abbastanza innovativo nel panorama della musica leggera e anche classica. Io vorrei introdurre brevemente, cercando di fare emergere qual è il motivo per cui una serie di canzoni, potremmo dire popolari ma comunque create da grandi musicisti anche se non musicisti classici, è entrata all’interno di una collana di vocazione classica, anche se abbiamo prodotto altre creazioni di tipo popolare come i cori russi, per esempio. Vorrei rileggere per questo, per farvi capire qual è l’interesse originale di una scelta del genere, alcune righe di introduzione che don Giussani ha voluto scrivere per presentare il motivo di questa passione per questa tradizione italiana; tutta la sua attenzione è spiegata in maniera molto chiara, evidente ed esplicita, in un episodio che lui racconta, capitato alcuni anni fa. Leggo: “Durante uno dei primi incontri con i nostri amici bonzi del monte Coia, capi della più grande e antica setta del buddismo giapponese, il discorso è caduto sul canto e io ho chiesto loro se cantassero, se amassero cantare e che cosa; il più anziano di loro ha detto con enfasi che cantavano, anche canti italiani; ci siamo tutti incuriositi di quali canti italiani potesse trattarsi; noi cantiamo sempre canti napoletani e uno di loro ha citato Torna a Surriento; istintivamente ho domandato come mai, di tutti i canti italiani preferite quelli napoletani e specialmente Torna a Surriento. Il capo dei bonzi, rivolgendosi a me e allargando le braccia, ha detto: “malinconia”. Questo è stato come un episodio perché don Giussani conosceva i canti napoletani visto che molte volte, all’interno dell’esperienza del movimento, sono stati utilizzati per cantare insieme e anche per sottolineare degli aspetti dell’esperienza umana. Penso che sia la sintesi di quello che tutta l’esperienza del canto napoletano testimonia a noi; è un’esperienza da recuperare, magari anche con una certa fatica, con un certo lavoro, ma è una cosa che riguarda il cuore di tutti, che don Giussani chiama “malinconia”. Poi spiega perché questo aspetto dell’esperienza umana è un aspetto che riguarda tutti e quindi riproponibile, sempre e ovunque, geograficamente e storicamente; che cosa c’è di così universale in questo sentimento che viene chiamato malinconia? don Giussani nel suo intervento finì con una frase che nessuno di noi si aspettava, anzi qualcuno sperava di non sentirsela dire; finì il suo intervento dicendo: “Vi auguro di non essere mai tranquilli”. Nel commento ai canti napoletani dice proprio che la vita, senza il sentimento di una cosa che manca, è una vita scema; uso un termine molto forte, stampato e posso farlo vedere. E’ quindi una vita che non ha la possibilità di realizzare se stessa, perché la vita non è fatta per le cose piccole; tanto più la vita sente di essere fatta per una felicità completa, tanto più sente che per arrivarci il cammino è grande e faticoso, e sarebbe quasi impossibile se non succedesse un fatto grande. Era anche preso in giro e  racconta che in seminario lo chiamavano l’uccello del malaugurio, lo chiamavano Leopardi perché diceva queste cose, ma lui continuava a dire: guardate che senza questo sentimento di tristezza, cioè della percezione che la vita dell’uomo ha bisogno di qualcosa di più grande di sé, senza questa percezione la vita dell’uomo non vale la pena di essere vissuta. Vorrei chiudere questa introduzione accennando al fatto che io personalmente ho questa impressione, che questo sentimento di malinconia o di tristezza che è evidente nel canto napoletano -ne ascolteremo alcuni esempi dopo- non riesce mai a stare sull’astratto. Per la cultura, per la tradizione, per il sentimento della vita che comincio ad imparare dai nostri fratelli napoletani, mi accorgo sempre di più che è impossibile che rimanga sempre nell’astratto o a un livello di discorso o di filosofia, ma cerca sempre di arrivare a toccare qualcosa, che sia un segno di questo infinito; l’esperienza d’amore è quella più evidentemente vicina a questa possibilità di totalità. Vorrei leggervi due canzoni, una è quella che ha dato il titolo alla raccolta, Mandolinata a Napule, in cui c’è un’affermazione veramente coraggiosa, perché ad un certo punto questa canzone dice: stanotte amore e Dio sono una cosa; questa notte Dio e l’amore sono la stessa cosa. E’ la percezione che quello che manca al cuore possa avere un suo segno addirittura, addirittura la stessa cosa, è un’esagerazione, nel rapporto con l’amata. Subito dopo, in un’altra canzone che si intitola Canzone appassionata, racconta un’esperienza drammatica ma stupenda; leggo la traduzione: “Ho piantato un piccolo albero curandolo con pena e con fatica, una ventata subito me l’ha spezzato e tutte le foglie cambiano colore, i frutti sono già caduti e tutti quanti erano dolci, ora si sono fatti amari, ma il cuore dice: tu giovane amante le cose amare considerale più care e amara come sei ti voglio bene, ti voglio bene e tu mi fai morire”.
 
Collana CD/DVD  "SPIRTO GENTIL"

C’è una percezione profondissima tra quello che desidero e quello che riesco a fare o anche quello che tu riesci a fare per me. La donna è la cosa più vicina nell’esperienza di queste canzoni, più vicina all’infinito, eppure questa contraddizione non si cancella, ed è questa la tristezza testimoniata da tutta la tradizione napoletana. Nel lasciare la parola ai nostri amici, mi permetto di far presente che non è stata casuale la scelta di un cantante, anche se ci sono tante discussioni su come eseguire questi canti napoletani; non è stata casuale la scelta di andare a recuperare registrazioni degli anni trenta, di un tenore ben preciso che è Tito Schipa, che Giussani in quest’ultimo CD presenta in questo modo: “Un’intensità di tenerezza e di passione che Tito Schipa interpreta con una potenza di voce mai sentita, un vigore senza paragone per la sua voce e il suo modo di sentire”. Io mi auguro che questa sera, attraverso le testimonianze dei nostri ospiti, cerchiamo e riusciamo a capire in che cosa consista questo suo modo di sentire e da dove nasca questa potenza espressiva in un tema così comune e così universale per ciascuno di noi. Io lascio la parola adesso immediatamente al nostro giornalista che ha contribuito a stendere questo libretto, conoscendo e intervistando Renzo Arbore, anche lui un grande appassionato del canto napoletano. Vorrei chiedere dal suo punta di vista, sia per il rapporto che ha avuto con Arbore, sia per la sua esperienza professionale, che cosa intuisce in questa raccolta che abbiamo voluto realizzare.

 Massimo Bernardini: Io volevo arrivare ad Arbore alla fine, perché a me pare che questa di don Giussani sia una lettura teologica imponente, che però paradossalmente nasce dal dato più evidente, quello per cui la canzone napoletana è amata in tutto il mondo, cioè canzone napoletana uguale struggimento, uguale malinconia, nostalgia. Ripetere queste cose, come ha fatto don Giussani, potrebbe sembrare un’ovvietà, invece, per la cultura di questi decenni, è una vera rivoluzione culturale. Cerco di esemplificare perché faccio questa affermazione; parto da una radice personale: io sono cresciuto con mia madre che insieme conosceva benissimo le canzoni napoletane e siccome da giovanissima era stata negli Stati Uniti negli anni quaranta, mi ha insegnato le canzoni di Porter e Ghershwin, fatte da Frank Sinatra; quindi io da bambino ho ricevuto questa commistione. In qualche modo, anche quando ci siamo messi ad ascoltare il repertorio napoletano di Schipa, mi sono reso conto che tutti questi classici li ho dentro dall’infanzia, però è successo qualcosa dopo gli anni cinquanta e sessanta, perché io in quegli anni ero bambino e sono cresciuto; negli anni settanta, per quelli della mia generazione, la chiave di lettura della musica popolare, della musica napoletana quindi, è diventata improvvisamente ideologica: la canzone napoletana, la canzone popolare importava in quanto testimonianza di una cultura alternativa, di opposizione, anticapitalista se volete, ribelle; quindi la nostra Napoli (e io allora mi occupai a fondo di canzone popolare), era bella ma piena di rabbia ed era quella costruita sul modello che rappresentò allora la nuova compagnia di canto popolare Roberto De Simone, quindi una rilettura in qualche modo borghese della cultura napoletana. A questo punto provate a pensare, se la lettura è ideologica a che cosa serve parlare di nostalgia, di malinconia che rimanda ad altro? Invece Giussani parla di verità e di attesa misteriosa, di tristezza come capacità dell’uomo che va all’infinito. Perché non interessava più questa categoria in quegli anni? Perché non interessava più l’io. Per questo dico che don Giussani, con questa rilettura così semplice ma così strutturalmente nuova, fa una rivoluzione culturale e ritorna all’unica ragione per cui questa canzone ha toccato i cuori della gente in tutto il mondo, perché riguarda ciascuno di noi e non passa più da quel ragionamento ideologico e ritorna all’origine. Quindi Giussani ha riportato alla realtà, ha riportato se volete a mia madre, a cui piacevano i canti napoletani per quella ragione, perché riguardavano lei come persona, riguardavano la sua tristezza personale, non altro. Infatti, quando io le parlavo della ribellione culturale che avevano queste canzoni mi rideva in faccia, mi considerava uno che non ne capiva nulla, e a questo punto credo proprio che avesse ragione lei. Queste stesse obiezioni sono state fatte ad Arbore quando ha ripreso in mano il patrimonio della cultura popolare napoletana. E stata fatta anche qualche obiezione legittima su come Arbore ha riarrangiato  i canti napoletani, ma l’obiezione era sbagliata culturalmente perché in realtà Arbore, quando ha ripreso le canzoni napoletane, è ripartito da quell’intuizione limpida e originaria, cioè che la canzone napoletana riguarda la persona e tocca gli snodi più profondi che sono dentro ciascuno di noi. Quando abbiamo parlato di questo patrimonio riletto attraverso la chiave fantastica di Tito Schipa, lui è ritornato nel parlarne non alla sovrastruttura culturale che c’è su questa cultura napoletana anche musicologica, ma ne ha dato una lettura da meridionale colto, da foggiano. Sapete che Arbore è nato a Foggia, ma ha studiato negli anni dell’università a Napoli; insieme bisogna ricordare che Arbore è un grande sperimentatore della comunicazione, prima alla radio poi alla televisione, quindi è un uomo di comunicazione. Renzo Arbore quindi ritorna a descrivere la canzone napoletana con il bagaglio di cultura che ha, quindi ritorna, secondo me, al punto di don Giussani, cioè la nostalgia di cui parla la canzone napoletana, la malinconia riguarda l’io e lui ha girato per il mondo in questi anni con la sua orchestra italiana incontrando di nuovo il pubblico di tutto il mondo e ancora una volta ritornando a quel tipo di rapporto per cui il giapponese, piuttosto che il filippino piuttosto che il newyorkese, si ritrova a cantare Torna a Surriento, e la trova sua, perché questa è una domanda importante: perché di tutto il patrimonio culturale italiano, solo la canzone napoletana parla a tutti. Arbore dice che la canzone napoletana è insieme a Porter e Ghershwin, per fare un paragone tra la grande canzone del secolo appena passato; evidentemente la canzone napoletana viene da secoli ancora alle spalle, c’è solo questa canzone americana, dice lui. Quindi c’è una profonda sintonia che Giussani e Arbore hanno in qualche modo ritrovato. Con lui abbiamo fatto questo percorso storico e Arbore riconosce che il punto della rivoluzione culturale è ritornare a capire qual è la ragione per cui il pubblico, a naso e non si sa come, senza ragionare, prende questa canzone e ovunque nel mondo la fa sua, cioè fa scattare qualcosa di profondo nel cuore della gente.

Moderatore: Pippo Corigliano, lei è il portavoce dell’Opus Dei: come mai questa passione tanto da desiderare intervenire in un incontro di questo tipo? La seconda cosa che le vorrei chiedere: nel suo intervento si riferisce ad una cosa che ha scritto nel libretto e che mi ha particolarmente colpito, perché dice: “Il divino si manifesta attraverso l’umano e l’umano, tutto ciò che è umano, ci porta a Dio; l’umanità è proprio la caratteristica di Napoli; a Napoli l’umanità si manifesta senza barriere, in tutti gli aspetti, e le canzoni sono gli aspetti della sua umanità”. Poi finisce il suo contributo con una cosa personale che mi ha colpito e vorrei anche chiedere le ragioni di questo; dice: Josemaria Escriva diceva che le canzoni d’amore sono un bel modo di fare orazioni. Vorrei che ci aiutasse a capire il coraggio di queste affermazioni.

Giuseppe Corigliano: Una sera qui al Meeting abbiamo parlato di canzoni napoletane, per cui quest’inverno, durante una giornata particolarmente caotica per il decennale di una nostra università a Roma, mi chiama Savorana e mi chiede se volevo fare un intervento di introduzione al nostro disco di canzoni voluto da don Giussani. La passione con cui ho accettato l’invito deriva proprio da questa stima che ho per la predicazione di don Giussani, cioè questa centralità del fatto dell’incontro con Cristo che lui sottolinea, che non è altro che sottolineare il fatto che, mentre prima di Cristo tutto ciò che è umano poteva riportarci a Dio, dopo Cristo tutto ciò che è nel mondo in un certo senso deve portarci a Dio, perché è stato percorso da Gesù, cioè tutto è sentiero per Dio. Naturalmente i sentieri per Dio sono tanti, chiaramente non si possono fare dei corti circuiti, non è che si può fare solo orazione sulle canzoni napoletane, occorre andare a messa.  So che Leonardo Mondatori, una persona alla cui conversione ho assistito, è venuto da voi e lo avete applaudito pur dicendovi cose molto elementari, come ricordare di andare a messa, di leggere il vangelo ogni giorno, di confessarsi spesso, di leggere cose di tipo spirituale, sempre compatibilmente con la vita di lavoro. Ebbene, se si ha una vita interiore viva, tutte le cose, più umane sono più portano a Dio. Sono rimasto commosso che don Giussani, che è milanese, sia così sensibile alle canzoni napoletane. Quando il maestro ha detto “malinconia” sono un po’ saltato perché la canzone napoletana, soprattutto per un napoletano come me, non mi ricorda immediatamente la malinconia, e in effetti invece poi ci ho pensato; io l’unica volta che ho visto delle lacrime sul volto di mio padre è stata una sera in cui mia madre ha cantato canzoni napoletane e mi ricordo quest’impressione che ebbi da ragazzo di vedere mio padre commosso; in effetti è vero perché le canzoni napoletane toccano il cuore, perché sono vere. E trattando con i giovani mi sono accorto della grande disponibilità che hanno i ragazzi d’oggi per le canzoni degli anni cinquanta e sessanta e anche prima, le canzoni napoletane di Murolo, di cui Arbore è un estimatore. Mi rendo conto che anche per voi ragazzi questo modo di cantare l’amore è attuale; io penso che anche per una ragazza di oggi sentirsi dire, tradotto: chi dice che le stelle sono lucenti non conosce gli occhi che tu hai in faccia; certo il napoletano è un po’ più goffo, però il napoletano rende meglio. Napoli è stato sempre una città oltre che umana molto musicale. Fra l’altro sant’Alfonso di Liguori, che non è molto conosciuto perché la cultura positivista lo ha cancellato (lui è contemporaneo di Voltaire), ma dobbiamo a lui se la confessione oggi è così accogliente perché lui è stato un riformatore della teologia morale; però era un napoletano, il più santo dei napoletani e il più napoletano dei santi e per comunicare (lui aveva questa passione di comunicare ed era coltissimo), componeva delle canzoni, infatti è di sua composizione il Tu scendi dalle stelle, e anzi la versione originale è in napoletano. La versione italiana è triestina, con il freddo e il gelo, ma l’edizione napoletana, dal titolo Quando nascette Ninno, è una festa della natura: perfino il fieno che è sotto il bambino germoglia e i grilli saltano qua e là, e fa tutta una catechesi per immagini per la gente di allora. Napoli ha espresso anche la santità attraverso le canzoni ed è singolare che i santi si ritrovino nelle canzoni napoletane. Anche Escriva diceva che a noi le canzoni d’amore non ci mettono in imbarazzo, anzi ci aiutano a fare orazione, perché l’amore è uno solo, e in concreto, nei primi anni in cui lui stava qui, nel ’48 – ’49, gli cantavano Anema e core, oppure gli piaceva molto Na sera e maggio che dice, quando si dice tradotto: “quando si dice sì, ricordatelo, non si deve far soffrire un cuore che ama”. Gli piaceva perché dava il senso della lealtà. Comunque è bello che anche Giovanni Paolo II nel suo ultimo libro, e finisco perché mi sembra una crudeltà levare il tempo a Tito Schipa, ricorda un fatto: quando il fondatore dell’Opus Dei andò in Messico l’ultimo giorno, propose di andare a fare una serenata alla Madonna di Guadalupe; improvvisarono questa specie di incursione e lì cantarono alla Madonna una canzone d’amore messicana che non è una canzone religiosa e incomincia così tradotta: “Ho conosciuta una bella moretta e l’ho amata tanto”. Cantarono questa canzone alla Madonna di Guadalupe che è appunto una ragazza scura. Il Papa si è ritrovato in una circostanza del genere con i messicani che hanno cantato alla Madonna questa canzone e ha sentito la necessità di trascriverla tutta. Se voi leggete il libro del papa, che poi è abbastanza sintetico e ve lo consiglio proprio, a parte alcuni punti che sono un po’ per specialisti liturgici, ci sono brani di un’umanità incredibile. Comunque il fatto che questo Papa così innamorato della Madonna, innamorato nobilmente della donna, perché è un Papa che capisce la donna, abbia sentito la necessità di trascrivere in spagnolo tutta la strofa, quasi come se mentre scriveva il libro si mettesse a cantare pure lui una canzone bella d’amore alla Madonna: è bello questo fatto che i santi nelle cose vere si ritrovano.

Moderatore: nel dare la parola all’ultimo dei nostri ospiti mi permetto di leggere una cosa che mi ha colpito molto, che forse dà ragione di questa affezione particolare che don Giussani ha avuto per la voce di suo padre. Don Giussani ha sempre detto che addirittura la percezione dell’esistenza di Dio gli è venuta ascoltando una lirica cantata da Tito Schipa. Forse per capire che cosa ci fosse di tanto particolare in quella voce, c’è un episodio raccontato nella biografia che Junior ha scritto proprio su suo padre e mi permetto di pubblicizzarla perché è uscita in una nuova edizione molto bella. Ci sono alcuni passaggi che mi hanno particolarmente colpito; uno racconta di un’esperienza di amore con una donna, come capitava spesso a Tito Schipa Senior, che è finita in un modo particolare, che ha lasciato un segno nella sua giovinezza e anche nel suo sentimento della vita; e a mio parere è molto esemplificativo di quello che abbiamo detto all’inizio di questa passione per la donna e per quello che si percepisce e sente dietro di lei, e nello stesso tempo un modo di cantare che è tutto suo, assolutamente particolare. Mi permetto di leggere solo un pezzo molto significativo: “Questa donna, chiamata Emilia, per uno strano destino anche non voluto da Tito Schipa, quasi un gioco finito male, decide di entrare in clausura proprio a Napoli, e Schipa si trova a vivere a Napoli con questa donna di fianco ma impossibile. Chi vide e ascoltò giura che questo episodio straziante portò Tito ad un passo dalla follia. Il senso di colpa che gli venne per tutta la vita fu forse il sotto testo di ogni sua bugia, di ogni sua intemperanza amorosa, e del suo dongiovannismo ostinato ed eccessivo, ma sulla scena diede certo al suo canto quell’impronta di nostalgia, di rimpianto, di elegia sognante, di impossibile appagamento. Ogni donna della sua vita, molte, ogni personaggio femminile delle sue recite fu, e nello stesso tempo non poté mai più essere, la sua Emilia. Quando la famiglia si spostò a Napoli dal 1913 al 1920, la vicinanza forzata con lei rinchiusa, il dover guardare la stessa montagna, lo stesso mare, la stessa luna senza potersi più vedere o parlare, contribuì forse a fare delle sue interpretazioni napoletane quei capolavori che furono, e a rendere il pianto d’amore di Tu ca nun chiagne non il consueto singulto tenorile, ma vere, brucianti lacrime di passione”. Io sono colpito dallo spessore di vita di quest’uomo così come del figlio che ha scritto queste parole, a cui cedo la parola.

Tito Schipa Junior: Le cose dette sono di una tale importanza e di una tale bellezza, che la voglia di coglierle e di ricamarci sopra è forte; questo ci porterebbe però molto lontano e troppo a lungo. Credo che le persone vicino a me siano più autorizzate di me a parlare della canzone napoletana in generale. Io qui rappresento oggi, è chiaro, mio padre, ma soprattutto lo rappresento in un’occasione che mi pare davvero eccezionale, davvero preziosissima e che non voglio lasciare cadere, l’occasione cioè di fare ancora una volta nella vita quello che ho fatto molto spesso, cioè di trovarmi davanti ad una platea di un certo tipo e difendere sempre una bandiera diversa e opposta. Mi spiego: quando ero giovane non vedevo e sentivo altro che melodramma; quando mi sono trovato poi nelle discoteche della mia gioventù, con l’inizio dell’epoca della rivoluzione dei fiori e del rock e quindi a frequentare quegli ambienti, io difendevo Verdi davanti ai miei coetanei. Contemporaneamente, negli atrii del teatro dell’opera parlavo dei Beatles e di Bob Dylan, cioè i grandi amore della mia vita opposti, diciamo ai poli, di questa reazione elettrica importante tra la classicità e la popolarità nuova. Io l’ho sempre difesa a rischio, ma sempre davanti alla sponda opposta; oggi stasera qui, ci sono soprattutto per definizione io credo, dei giovani i quali non hanno nessun difetto implicito nel fatto di essere giovani; hanno, poverini secondo me, dei limiti oggettivi dati da una difficoltà terribile di ascolto che l’epoca attuale porta; cioè noi è come se in questi anni dovessimo fare a meno delle orecchie. Ormai si parla, si parla, si parla tanto e si ascolta sempre meno, e la dimensione dell’ascolto è una dimensione fondamentale, importante, bellissima per la compagnia della tua anima. Ogni volta che posso quindi io tento soprattutto di dare la parola ai fatti musicali più che alle mie teorie, e anche stasera io sarei soddisfatto se, tagliando via le chiacchiere da quello che dico, potessi fare in modo che almeno qualcuno tra voi uscisse da questa sala avendo scoperto anche un piccolo dettaglio fondamentale in una cosa passata e di cui per forza di cose non si parla quasi più, o si parla pochissimo, cioè un grande interprete del passato. In un grande interprete viaggia un messaggio talmente immenso certe volte, che è un peccato mortale che, per il solo fatto di essere cronologicamente arretrato, sia lasciato in una specie di dimenticatoio o di nicchia. Quale occasione migliore quindi per proporre a voi, che forse di Tito Schipa una gran parte di voi avrà sentito soltanto il nome, qualcosa per lasciare un seme; un seme di ascolto e di percezione di cosa poteva essere in tempi lontani da questo, in tempi in cui non eravamo martellati da una televisione, una radio o una discografia che ti propone mille cose al giorno in ogni sede, in ogni forma, in ogni supporto, in ogni momento della giornata; in tempi in cui ascoltare era un fatto privilegiato, che tu ti andavi a cercare, andando a teatro a cercare dal vivo quella cosa che poi ti segnava quella giornata, quel mese addirittura quell’anno, per il fatto di avere fatto quell’ascolto che ti eri pagato, ti eri cercato e ti aveva portato questo incontro importantissimo, questo live, come si direbbe oggi. Oggi questo non è più possibile e quindi molte cose sono proprio svanite dalla possibilità di essere percepite. Parliamo di Tito Schipa stasera, parliamo della canzone napoletana. Io vorrei farvi ascoltare qualche cosa sperando di comunicarvi dei piccoli dettagli che da soli vi porteranno poi a capire chi era Tito Schipa, cosa fosse la canzone napoletana, quali fossero i valori, quale fosse la bellezza delle cose dette finora, della canzone d’amore che diventa preghiera perché questa è una grandissima verità. Nella canzone napoletana, come in ogni altro canto d’amore, questo continua ad accadere. Voi provate a fare questo piccolo esercizio linguistico e sostituite, all’immagine dell’amata, l’immagine della dimensione spirituale, della liberazione, della pace e vedrete che tutto funziona esattamente allo stesso modo, anche dire che i tuoi occhi sono come stelle funziona, funziona perfettamente. Bene, si è parlato per esempio di una canzone d’amore importante perché ricordava questo momento in cui un ragazzo, abbandonato da un’amata che si nasconde in un convento e non lo vuole più vedere e non ci vuole più parlare, lasciandolo in un senso di colpa devastante. Lui a Napoli, sotto le mura di questo convento impara, lui leccese e già affascinato dalla cultura napoletana, impara a cantare in un certo modo, impara soprattutto una drammaturgia; questa canzone che si chiama Tu ca nun chiagne e che era rivolta all’immagine della ragazza che non si scomponeva, che non lo voleva più vedere ed ascoltare, emotivamente impenetrabile e inarrivabile. Tu ca non chiagne è la meravigliosa descrizione di una notte napoletana che poteva essere esattamente quella intorno al convento in cui lei era rinchiusa, e il singhiozzo del momento in cui lui le dice, tradotto: “Tu che non piangi e fai piangere me” è accompagnato da un singhiozzo che non è un singulto tenorile, cioè non è l’esteriorità assurda e finta a cui ci hanno poi abituato per tanti anni cantanti sia d’opera che di canzoni napoletani. Con Schipa voi trovate sempre un’eleganza, una leggerezza, una strumentalità leggerissima, una tecnica incredibile; e dietro la tecnica la perfezione dell’interpretazione, della drammaturgia, della comprensione del testo in quel momento. Tu che non piangi e fai piangere me è un singhiozzo, ma di questo singhiozzo voi dovete essere attentissimi a percepire l’eco, perché lui non lo propone come un effetto teatrale, ma come un incidente, quasi come se un incidente avesse, durante la registrazione del disco, creato un momento di défiance  nella sua voce, quindi quasi come se il cantante stesso stesse piangendo: capite che è perfettamente identificato l’interprete con il personaggio della canzone; il singhiozzo è vero e la lacrima è reale. Tu ca non chiagne e …prima del me faie c’è questo piccolissimo break nella voce, che però diventa grande dal punto di vista emotivo, ma bisogna stare con le orecchie molto tese per accorgersene.

*** Brano 13 Tu ca non cagne  ***
 

Tito Schipa Junior: Torniamo ora ad una cosa più allegra che però non per questo meno importante dal punto di vista dell’ascolto. Mare chiare: questa la conoscono proprio tutti, però è proprio nella cosa che conoscono tutti che si vede il grande interprete. Il grande interprete è quello che vi presenta una cosa che voi sapete a memoria, che potete cantare a dritto e a rovescio in ogni minuto della vostra vita, e lui la canta e vi sembra che non l’abbiate mai sentita prima; allora potete dire: questo è un interprete, nel momento in cui vi trovate improvvisamente di fronte ad una cosa nuova per voi, che tuttavia conoscevate benissimo. Non accade mica tanto spesso oggi. Credetemi, non accade, ma voi lo sapete benissimo che non accade. Ecco Mare chiare. Chi è che non la conosce. E’ probabilmente la canzone più famosa, che tra l’atro è incisa in un momento di grazia perché anche questo contava: che il momento in cui si incideva questo disco faticosamente fosse nella giornata giusta. Schipa quel giorno era in forma e allora ascoltate quella melodia, queste parole che tutti conoscete, ma sentite che tipo di emissione, fateci caso; sentite un cantante anche dei più famosi,  e ditemi se nell’ambito dell’esecuzione non c’è sempre un clic, un flop, un ciak, capito cosa voglio dire, si insomma la voce è lì, si sente che canta bene, ma poi il momento di sforzo, di défiance, non è come uno strumento, e sembra una banalità, lo strumento non fallisce mai, la nota di un flauto o di un oboe o di una tromba sono pulite ed essenziali, guai se c’è un attimo di incrinatura. Invece i cantanti, chissà perché, dovrebbero essere liberi da questa cosa, essere umanamente fallibili, ma il vero interprete, il vero grande cantante, come Frank Sinatra in un genere, Armstrong in un altro genere, Schipa in questo genere, non lo trovi il momento di défiance, trovi un’emissione che è uguale a quella di uno strumento perfetto. Sentite adesso all’interno di questa canzonetta, chiamiamola così, per quanto geniale; sentite la vibrazione della voce che vibra con la regolarità di un oscilloscopio perfetto, e voi se fate caso siete sorpresi, perché la voce umana non è più così, non sentite più questa presenza ondulante del suono perfetto. Schipa sta cantando una canzone a modo suo, una meravigliosa dolcissima canzonetta, ma la voce in ogni momento è perfetta ed è come eseguita da una clarina medievale, cioè da una tromba limpida e leggera assolutamente al posto suo in ogni momento.

  ***Mare chiare, *** (+ 'a vucchella)

Tito Schipa Junior: La canzone napoletana è sempre tripartita. Se non è tripartita protestate e dite che volete indietro il biglietto. E’ caduto pure lui nelle ferree leggi del mercato, perché da un certo momento in poi volevano la canzone non trasmettibile se durava più di quattro minuti, e la canzone napoletana è invece sempre composta di tre strofe e guai a levarne una, perché si perdono dal punto di vista narrativo le cose più belle. Andate sempre a cercare un’esecuzione completa perché scoprite delle cose meravigliose. Voce e notte per esempio ha una seconda strofa con delle parole bellissime che nessuno conosce e il gusto di cantare su una musica conosciuta questo testo nuovo bellissimo è anche una cosa grandiosa per voi. Io ve lo farei vedere e sentire, perché a tutto questo si aggiungeva anche quello che oggi raramente si vede, cioè una presenza d’uomo che è in questo libro; io ho impiegato dieci anni, ho sottratto con gioia dieci anni del mio lavoro e della mia vita per dedicarmi alla ricostruzione di questa incredibile vita di uomo; questa è una storia veramente di successo, come oggi non si riescono neppure più ad immaginare. Cosa poteva essere il successo in tempi in cui non c’era il cinema, la televisione, non c’erano i giornali? Uno doveva conquistarsi il suo pubblico tutta la vita così, andando ogni sera ad incontrarsi, e alla fine di questa carriera tu eri conosciuto in tutto il mondo, riconosciuto a vista per strada, ma come era possibile? Oggi vai in televisione e ti vede un miliardo e mezzo di persone e poi devi faticare tutta la vita per dimostrare che te lo meritavi: è esattamente il contrario. Quindi il libro racconta questa storia favolosa che è la storia anche di un uomo coinvolto dalla sua prestanza, dalla sua bellezza, dalla sua capacità di dare ai suoi personaggi anche in palcoscenico, sull’opera, una fisicità che non era male per niente, quella che lo portava poi a questi coinvolgimenti amorosi anche molto birichini, molto gravi, molto esagerati, che gli hanno guastato l’esistenza. Questo è un film del 1938 che si chiama Chi è più felice di me che era un tentativo di bissare il fenomeno Vivere, un film del 1937 che era stato l’hit parade dell’epoca, il film più visto in Italia e anche in gran parte del mondo, che aveva visto il debutto di lui e di Caterina Boratto, grandissima attrice dell’epoca. E in questo film Chi è più felice di me si tenta di bissare quel successo, ma non ci sono riusciti un anno dopo. Comunque sia restano le interpretazioni di Schipa nel film che non sono in play back, lui sta cantando veramente davanti alla macchina da presa, quindi quello che vedete è realmente lui che canta, non sta muovendo la bocca su un nastro preregistrato. Capite anche che tipo di disinvoltura, un uomo con delle capacità sceniche che lo resero famoso quasi esclusivamente per quelle, e la canzone ancora una volta è una canzone che non ha bisogno di presentazione che si chiama Torna a Surriento. L’unica cosa che mi va di dire, come lui diceva spesso prima di cantarla, è che l’amore in questo caso non era rivolto ad una donna, probabilmente indirettamente o per transustanziazione era sempre rivolto alla divinità, ma l’occasione diciamo oggettiva, invece di essere una donna, cosa che nessuno sa, era un sindaco. Torna a Surriento è stata scritta per un sindaco che aveva abbandonato il suo posto e incaricarono i De Curtis, i due grandi autori di parole e di musica, di scrivere una canzone che diceva: “ma per favore torna a Surriento perché ti vogliamo qua” e questo è Tito Schipa nella sua interpretazione

 *** Chi è più felice di me -  video tratto dal film *** (QUI SOLO MUSICA,
mancano le immagini dal FILM con la splendida Caterina Boratto)
 

Tito Schipa Junior: telematicamente parlando, vi invito tutti sul sito www.titoschipa.it dove trovate tutto quello che vi può interessare sull’argomento, se per caso il semino di stasera lascia una traccia. Vi ringrazio moltissimo.

Moderatore: Vorrei tendere un’imboscata a Tito Schipa junior, perché c’è una pagina del suo libro che vorrei ricordagli, così in chiusura, una battuta telegrafica. Nelle ultime pagine del libro lui ha un ricordo personale del padre e dice di lui queste parole: “Spero che sia entrato negli uffici del Creatore con la stessa irruenza con cui piombava nella mia stanza quando studiavo (avevi 14 anni), domandandomi come se io potessi fornirgli una risposta decente o fossi in qualche modo responsabile: Titino, ma mi sai dire, se questo Dio esiste perché non si fa vedere? Perché sai, io credo fermamente che qualcosa esista, non si chiamerà Geova o Budda, magari sarà che so io, una sedia, ma qualcosa esisterà”. E’ di una semplicità commovente. Volevo chiedere a Tito che cosa ha intuito nelle parole di suo padre.

Tito Schipa Junior: Intanto era una sedia che lui invocava sempre, esordiva dicendo: “Ma, potrà essere, che ne so, ma..” ed era sempre una sedia. Ma perché? C’era un motivo, secondo me: la sedia era il simbolo della divinità che lui adorò veramente tutta la vita, era il posto in cui si sedeva la divinità che lui adorò per tutta la vita, e che era il pubblico, eravate voi. Di questo sono sicuro, per lui fu quello il paradiso, il momento del contatto che lui riusciva a stabilire, per cui per lui Dio era sediforme.

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AGGIUNGO INFINE altre 2/3  canzoni tra quelle citate


VIVERE


ERA DE MAGGIO -  MANDULINATA A NAPULE
   

in piu' -  Pavarotti in admiration for Tito Schipa, film footage.




fine  --------------------------------------------------------------------------------------------------------------------

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