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"L'ORO DI NAPOLI", di Vittorio De Sica
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A Eduardo De Filippo Vittorio De Sica affidò la parte del professore in “L’oro di Napoli”, un film in cinque episodi tratti da sei racconti di Giuseppe Marotta, raccolti nel libro omonimo (1): “Il guappo” (da “Trent’anni, diconsi trenta”), “Pizze a credito” (da “Gente nel vicolo” e “La morte a Napoli”), “I giocatori” (dal racconto omonimo), “Teresa” (da “Personaggi in busta chiusa”), “Il professore” (da “Don Ersilio Miccio vendeva saggezza”).
Dall’edizione apparsa sugli schermi fu eliminato il sesto, “Il funeralino”, da un soggetto originale di Cesare Zavattini.
Triste, ma elegiaco e bellissimo, l’episodio narra, con l’eloquenza delle immagini più che delle parole, della morte di un bambino, e del corteo funebre voluto dalla madre per accompagnarlo nel suo ultimo viaggio.

Ogni episodio di “L’oro di Napoli” ha come interprete principale un attore di primissimo piano: oltre ad Eduardo in “Il professore”, c’è Totò in “Il guappo”, Sophia Loren in “Pizze a credito”, lo stesso De Sica in “I giocatori”, e Silvana Mangano in “Teresa”, e dei comprimari di tutto rispetto, tra i quali Giacomo Furia, Paolo Stoppa, Tecla Scarano, Tina Pica, e Giacomo Rondinella più famoso come interprete delle melodie napoletane.
Al guappo dell’omonimo episodio è stata accostata un’altra figura saliente dei racconti di Marotta, quella del ‘pazzariello’.

Nato come un vero e proprio strillone, pagato per pubblicizzare l’apertura di nuovi esercizi commerciali, diffondere qualche comunicazione importante e portare in giro le notizie, il personaggio insieme teatrale e popolare del ‘pazzariello’, antico come la storia di Napoli, assumeva un serio tocco di impeccabilità e altisonanza grazie alle divise militari abbandonate da Borboni e Francesi i quali, forse, incutevano ancora rispetto e timore inconscio nel popolo che avevano sottomesso per anni. Dopo una breve parata a ritmo di tarantella, suonata con strumenti anch’essi tipici delle bande militari, e un ammiccamento e il baciamano a qualche gentile dama di passaggio,
il ‘pazzariello’ snocciolava le sue rime urlate: “Attenziò, battagliò, popolaziò, è sciuto pazz’o patrò!!!” E poi via con il suono fortemente cadenzato della grancassa.
Alla vivida figura del ‘pazzariello’ napoletano, don Saverio Petrillo, un po’ suonatore ambulante e un po’ imbonitore, non poteva essere dato altro volto che quello di Totò. Saverio è succube di don Carmine, il guappo (2) del rione, suo ex compagno di scuola, il quale, rimasto da solo dopo la morte della moglie, si è insediato a casa sua e vi detta legge. Ma un giorno il medico gli raccomanda di moderarsi, di vivere tranquillo perché il suo cuore fa i capricci. Il guappo, allora, perde la sua baldanza, e il ‘pazzariello’ ne approfitta per cacciarlo di casa con una decisione improvvisa e irremovibile. Quando don Carmine, avuta conferma che la diagnosi del medico era errata, ritorna a casa di Saverio per vendicarsi, trova, invece, tutta la famiglia unita, finalmente, nella volontà di liberarsi di lui.
Rimarrà da solo, con la sua inutile prepotenza.
Inserito in un film teso a penetrare in profondità l’animo di Napoli, questo episodio resta memorabile sia per la recitazione di Totò che qui raggiunge uno dei suoi vertici assoluti, sia per la regia impeccabile di De Sica che, dirigendo per l’unica volta Totò, ne ha saputo evidenziare i tratti più profondi della sua maschera comica e insieme tragica. Nella sua interpretazione sembra essersi concentrata tutta la forza di un attore assolutamente insuperabile nel portare il tragico all’estremo grado di tensione fino a trasformarlo in comico e nel venare il comico – la bellissima sequenza del ‘pazzariello’ ne è un esempio – dei tratti inscindibili della malinconia e della tristezza che fanno parte dell’esistenza umana.

Nell’episodio “Pizze a credito” la vicenda si svolge nell’ambiente delle ‘pizze oggi a uotto’, cioè di quei venditori che davano pizze da pagare entro otto giorni. La storia ruota attorno ad un anello di smeraldi che la bella Sofia, moglie di un grasso pizzaiolo, dimentica in casa dell’amante. Non sapendo come giustificarne la mancanza, la donna convince il marito di averlo perso nell’impasto delle pizze.
Ha inizio, così, una caccia agli avventori della pizzeria, che rivela i più strani caratteri napoletani. Fra i personaggi più pittoreschi c’è un vedovo inconsolabile e deciso al suicidio, ma che desiste dai suoi propositi nefasti alla vista di un bel piatto di pasta asciutta. La vicenda si conclude quando l’amante della pizzaiola restituisce l’anello dicendo di averlo trovato nella sua pizza, sebbene (come osserva con sconsolata rassegnazione il marito) costui non ne abbia mai acquistato neppure una da lui.

L’episodio “Il giocatore” ha al centro la figura napoletanissima di un nobile che non riesce a distaccarsi dalle carte da gioco. Interdetto perché ha perduto quasi tutta la sua fortuna, e la moglie non gli dà più una lira, si adatta a giocare con il figlio del portiere. Regolarmente e naturalmente il ragazzo vince ogni partita, ed il conte torna a casa amareggiato ancora di più per la cattiva sorte al gioco.

Don Ersilio Miccio, il ‘professore’, è un altro personaggio tipicamente napoletano, un venditore di saggezza che sputa sentenze ed elargisce consigli in qualsiasi circostanza in cui il popolino ha bisogno di ricorre al suo aiuto: ai fidanzati gelosi, ai militari innamorati, ai parrocchiani in cerca di frasi ad effetto. Ma il problema del quartiere è trovare il modo di punire lo spocchioso nobile del luogo. Don Ersilio suggerisce una pernacchia che risolverà tutto.

Teresa, protagonista dell’ultimo episodio, è una prostituta né migliore né peggiore di qualsiasi altra donna della sua condizione, che viene sposata da un ricco signore il quale crede di liberarsi, con questo matrimonio, dall’incubo che lo tormenta, di essersi reso responsabile del suicidio di una giovane ragazza.
Ha sposato Teresa non per redimerla, ma soltanto per umiliarla. Presto la donna si rende conto che il marito non l’ama, e da lui ha la conferma che l’ha sposata per un voto. Teresa non resiste in quella situazione, fa le valigie e decide di tornare alla casa di malaffare da cui la falsa pietà del ricco signore l’aveva tolta. Ma lungo la strada riflette sulla sua condizione. Pentita di quel gesto, ritorna sui suoi passi, e va a bussare disperatamente alla porta del marito.

A differenza di tanti altri dello stesso genere antologico, il film, ricordato dai più per la presenza della fulgida pizzaiola Sophia Loren e per il suo prosperoso décolleté, ha una evidente e ben delineata omogeneità tematica e stilistica, grazie alla identica ‘mano’ degli sceneggiatori per tutti gli episodi – Cesare Zavattini, Giuseppe Marotta, e lo stesso De Sica – e all’unica direzione artistica. La fotografia dell’intero film è opera di Carlo Montuori, e la colonna sonora di Alessandro Cicognini.
I limiti del film sono, in fondo, quelli propri del testo letterario di cui, comunque, la trasposizione accentua i risvolti umoristici più di quelli malinconici, l’allegria più che la tristezza.

“Quella che il Marotta racconta, attraverso l’abituale sintesi di umorismo e malinconia, in uno stile che utilizza abbondantemente l’analogia, il traslato e la metafora nel probabile intento di rende38 re in italiano la ricchezza semantica e inventiva della ‘lingua’ napoletana (il M. utilizzò il dialetto quasi esclusivamente come autore di canzoni), è la ‘sua’ Napoli, come lui la sentiva, e quindi diversa e lontana dalla pur ricca produzione di molti altri scrittori ‘napoletani’ della generazione successiva (quali D. Rea, Anna Maria Ortese, R. La Capria): non come oggetto di denuncia sociale, come distaccato ritratto antropologico, come rivisitazione onirica e neppure
come forma di autocoscienza, ma come esercizio di memoria, attraverso la consapevole lente del ricordo.” (3)

Al fondo dei racconti di Marotta c’è la convinzione che ‘l’oro di Napoli’ è costituito dalla pazienza e dalla speranza che sono innate nella natura dei napoletani: la pazienza, remota, intelligente, superiore, di sopportare la vita e le sofferenze che ogni uomo porta con sé, di attendere la possibilità di rialzarsi dopo ogni caduta; la speranza in una vita migliore, che inizierà con la nuova settimana, o, meglio, il sabato successivo grazie alla probabile vincita al gioco del lotto.
La speranza è riposta anche nell’avvenire, nei figli, nel sole, nel miglioramento della loro situazione economica. La pazienza e la speranza, del resto, sono le risorse degli umili, le sole che possono dar loro la forza – e, spesso, anche il coraggio – per affrontare il domani di cui già conoscono le sofferenze, e tuttavia continuano a confidare nella buona sorte che prima o poi arriverà anche per loro.

“L’oro di Napoli è un film di altissima produzione, per le eccezionali qualità dell’immagine, per la sapiente scorrevolezza del flusso visivo, per la nitida delineatura dei caratteri e degli episodi, per l’assoluta unità dell’atmosfera e degli sfondi. È talmente calibrato e perfetto che persino quasi par troppo, essendoci il rischio che l’eccellenza virtuosa non lasci talora più posto alle sbavature della vita. Il nostro sorridente De Sica è ormai un maestro. Condensato dalla scaltra sceneggiatura di Zavattini in cinque episodi è tutto il mondo ricco, acceso, pittoresco, formicolante di Marotta che viene qui alla ribalta, sì a suo modo un carosello napoletano, solo questa volta infinitamente più genuino e sincero, senza ingredienti cosmopoliti e senza divagazioni qualunquistiche. È una galleria di tipi umani, colti sul vero, e proiettati in un caleidoscopico avvicendarsi di casi or comici or tragicomici nei quali passa tutta la vita familiare e popolana dei vicoli e delle rampe di San Gennaro e dell’Arenella.”(4)

(1) Il titolo felicissimo del libro, destinato a dargli notorietà nazionale e i primi riconoscimenti della critica, poi divenuto quasi proverbiale, non fu trovato né dal Marotta né dall’editore Bompiani che lo pubblicò, bensì dal giornalista F. Piazzi. (in treccani.it, “Dizionario biografico degli italiani”, vol. 70, 2007)
(2) Per questo ruolo De Sica pensò di avvalersi della partecipazione del capodella camorra del rione Sanità, ma dopo un provino incerto decise di scartarlo. La situazione si fece drammatica perché un vero guappo non poteva sopportare di essere rifiutato, e De Sica fu costretto ad accettarlo.
(3) “Dizionario biografico degli italiani”, cit.
(4) Sacchi, “Epoca”, 2 gennaio 1955

tratto da S. Currieri - "Lo specchio in bianco e nero - Il cinema e la storia sociale dell'Italia degli anni '50", Roma, 2012

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