Santi e Beati
san carlo borromeoRoma e il cuore di san Carlo
Tra gli itinerari che i pellegrini percorrono a Roma, si potrebbe prendere in considerazione una sosta sconosciuta ai più ma di grande suggestione. È la maestosa basilica dei Santi Ambrogio e Carlo al Corso, dove è racchiuso un grande tesoro della Chiesa: nel deambulatorio, dietro l’altar maggiore, se ne sta in perfetta solitudine la reliquia del cuore di san Carlo Borromeo, l’incomparabile pastore della Chiesa ambrosiana e il più grande vescovo della Riforma cattolica, da lui perseguita con un’attività pastorale infaticabile, lasciando tracce indelebili in ogni settore della vita cristiana.
Il cuore di san Carlo è custodito a Roma dal 1613, grazie alla fortissima pressione che la prestigiosa Arciconfraternita dei Lombardi, molto attiva nell’Urbe a quei tempi, aveva esercitato sull’assai recalcitrante arcivescovo di Milano Federico Borromeo, cugino di Carlo. Che certo, non voleva privare Milano di un tale tesoro.
D’altra parte, forte era stato il legame tra Carlo Borromeo e Roma. Già dal Natale del 1559, quando lo zio materno, Giovan Angelo Medici di Marignano, eletto papa con il nome di Pio IV, aveva chiamato immediatamente a sé il ventiduenne nipote Carlo per renderlo suo stretto collaboratore nell’amministrazione degli affari della Chiesa, tanto da definirlo il suo «occhio destro».
E il giovane aveva da subito bruciato le tappe di una carriera ecclesiastica prestigiosa: creato cardinale nel 1560 assume il controllo dell’amministrazione dello Stato Pontificio e contemporaneamente l’incarico di amministratore dell’arcidiocesi di Milano. Successivamente, legato pontificio a Bologna e in Romagna. Da diacono, il 4 settembre dello stesso anno, opta per il titolo cardinalizio della chiesa romana di San Martino ai Monti. Titolo che muterà in quello presbiteriale di Santa Prassede. Dopodichè, è nominato Segretario di Stato.
Due anni dopo, suo fratello Federico muore improvvisamente. E a Carlo viene caldamente consigliato anche dallo zio papa di lasciare l’ufficio ecclesiastico, di sposarsi ed avere figli, per non estinguere la nobile dinastia dei Borromeo. Ma Carlo, dopo aver iniziato un’intensa vita di preghiera, di penitenza e di digiuni, decide di seguire la propria missione. E dopo il diaconato e il suddiaconato, il 17 luglio del 1563 viene ordinato sacerdote nella chiesa di San Pietro in Montorio e celebra la sua prima messa nella cripta di San Pietro in Vaticano.
Il 7 dicembre dello stesso anno, il Borromeo riceve la consacrazione episcopale nella Cappella Sistina. Da quel giorno – senza attendere la nomina canonica ad arcivescovo di Milano, che sarebbe giunta il 12 maggio – incomincia ad usare il rito ambrosiano, per dimostrare come ormai si sentisse «Episcopus sponsum cum Ecclesia sponsa».
Nel corso di alcune missioni diplomatiche a nome del papa, Carlo viene avvertito dell’aggravarsi dello stato di salute di suo zio, papa Pio IV; raggiunta rapidamente Roma, potè essergli accanto, insieme con l’amico Filippo Neri, al momento della morte, avvenuta il 9 dicembre 1564. Subito dopo, partecipa attivamente al conclave che porta, anche con il suo appoggio e il suo autorevole consiglio, all’elezione del domenicano Michele Ghislieri, che prese il nome di Pio V – il futuro santo – il 7 gennaio 1566.
Dopo aver rimesso nelle mani del pontefice la maggior parte degli incarichi romani con relativi benefici, molti dei quali servirono alla costituzione di opere pie, ottenne di stabilirsi definitivamente nella sua sede episcopale. Il 16 aprile, senza preavviso, giungeva a Milano, questa volta veramente come arcivescovo. Sarà subito considerato dai suoi fedeli “alter Ambrosius”, cioè il degno successore di sant’Ambrogio sulla cattedra milanese: «Ambrosius reparat, reparat quoque Carolus urbem, urbis uterque parens, orbis uterque decus» stava scritto infatti sull’arco presso via San Clemente a Milano, vicino alla casa dell’arcivescovo.
Non si sarebbe mai allontanato, se non per breve tempo e per cause improrogabili. Sarà ancora a Roma nel conclave in cui fu eletto Gregorio XIII nel 1572, nel 1574 per l’apertura del Giubileo e nel 1579 e nel 1582 per ragioni d’ufficio.
Deciso ad attuare fin nei particolari le disposizioni del concilio di Trento, san Carlo iniziò la riforma dalla sua vita privata. Eliminò ogni segno esterno che ricordasse, anche nello stemma gentilizio, le insegne dei Borromeo e volle che vi campeggiasse soltanto il suo motto pastorale: «Humilitas». Preghiera e penitenza furono il sostegno spirituale della sua intensissima attività, umanamente inspiegabile. Soprattutto nel biennio 1576-77 quando si abbatté su Milano il flagello della peste e l’arcivescovo passò molto del suo tempo a curare i malati e a seppellire i morti.
Ma la fatica e le malattie cominciano inesorabilmente a minare il suo corpo: meditando la passione – la Via Crucis del Sacro Monte di Varallo – trascorse il suo ultimo ritiro spirituale nell’ottobre del 1584. Colpito da violenti accessi febbrili, fu trasportato a tappe – Canobbio, Ascona, Arona – a Milano, dove morì il 3 novembre, a soli 46 anni. Il 7 novembre si celebrarono i solenni funerali. Nella piazza del foro dell’ortolano, chiamata dal popolo “el Verzé”, vi era un’infinita moltitudine di persone che, appena vide il cardinale uscire dalla porta dell’arcivescovado, gridarono: «misericordia, misericordia».
La tomba di Carlo Borromeo in Duomo divenne subito meta di numerosi pellegrinaggi. Nel 1606 si iniziarono i lavori per la costruzione di una cappella – chiamata poi “scurolo” – ultimata nel 1610 e destinata ad accogliere le spoglie del grande arcivescovo. La santità di Carlo Borromeo fu proclamata da papa Paolo V in San Pietro il 1° novembre 1610 quando arcivescovo di Milano suo cugino, il cardinale Federico Borromeo.
Il cuore di san Carlo arriva a Roma
Il legame tra san Carlo e Roma doveva riallacciarsi definitivamente qualche anno dopo, quando, nel giorno di tutti i Santi del 1613, da Milano, la reliquia del suo cuore giunse nella basilica di Santa Maria del Popolo «posta in una scattola, serrata in diligenza con sigilli dell’Arcivescovado per volere di Dio» annota il “Rever. Sig. Patritio Fattorio di Torrita, Cittadino Romano, & Dottor di Leggi” nella sua Ampla, et diligente relatione de gli honori fatti al cuore di san Carlo.
Un anno dopo, esattamente il 22 giugno del 1614, il cuore del gran lombardo fu traslato da Santa Maria del Popolo alla chiesa dei Santi Ambrogio e Carlo al Corso.
Il corteo si mosse da piazza del Popolo, per via di Ripetta, a piazza Nicosia. Dopo il palazzo “dell’illustrissimo Cardinale Bandino” la processione proseguì verso il Corso; si spostò a Palazzo Borghese, poi a piazza San Lorenzo in Lucina; oltrepassò il Palazzo degli Ambasciatori di Spagna, il Palazzo del Cardinale Borgia, e, infine, si giunse percorrendo il Corso, alla chiesa di San Carlo.
Il giorno prima della grande festa in onore di san Carlo «si fasciarono… i travi di verdura» e anche le mura «d’ambi le parti» venivano coperte «di belle, & ricche tappezzerie». In particolare quelle «de Signori Borghesi» con «l’Historia di Sansone e altri quadri di belle immagini di Santi» e «riccami artificiosi». Vennero eretti altari, con lumi, fiori e argenterie. E di quando in quando «vedean sorger fontane con belle verdure odorifere». Non potevano mancare gli archi, cinque in tutto, «vagamente fabricati da Festaiuoli, con l’iscrittioni, & pitture». Specialmente l’ultimo arco, il quinto del percorso, davanti alla porta della chiesa «era magnifico e di bello artificio, sendo stato disegnato dal Sig. Honorio Longo Eccellente Architetto in questa città, del quale è anco disegno la Chiesa», (lo stesso Onorio Longhi amico personale del Caravaggio).
Insomma, un vero trionfo, in cui tutta la città diventava lo scenario del ritorno glorioso di san Carlo.

Il giorno della traslazione, a capo di tutta la processione andarono le guardie svizzere, i trombettieri del Popolo Romano, i membri della confraternita dei Lombardi, vestiti di sacchi turchini e portando lo stendardo di sant’Ambrogio. E ancora trentasei giovanetti vestiti da angeli, che « havevano le sue corone gioiellate, capigliae dorate, ale di penne di vari colori… i primi dodici portavano nelle mani mazzi di gigli, altri aste, scettri, incensieri d’argento… altri una targhetta con imprese del cuore in laude del Santo. Fra tutte queste schiere di angeli c’erano otto de più eccellenti soprani di Roma, che spesso repeteano in soavissimo canto cori da buon Poeta composti: “in vero nel sentir in Angelica melodia sì dolci nomi di Carlo, Roma, Cuore, e Borromeo”, si muovevano, & intenerivano i cuori de gli ascoltanti ad amorissime, & gratissime lagrime». Seguiva la croce dei frati conventuali di san Francesco, i padri riformati di sant’Agostino, gli alunni del collegio germanico. Poi, lo stendardo con l’immagine di san Carlo vestito da cardinale che «stava in atto che riguardava il Cielo di dove li veniva verso il Popolo, significandoci l’amor, che aveva di Dio, & la carità verso il prossimo, & mostrava tanto affetto, che sforzava tutti à maggior divotione».
E quando sfilò il reliquiario contente il cuore del santo «si buttorono fiori da tutte le finestre della strada… ma più odorati fiori erano à Dio quelli che nel passar del santo Cuore si sentivano di compuntione, e devotione battendosi, quasi tutti in ginocchioni, il petto con acclamationi & invocationi al Santo, e ne furono veduti molti pianger dirottamente di amorosa tenerezza».
E anche le monache di clausura di Santa Susanna alle Terme vollero partecipare alla grande festa: «fecero ancor esse la processione di dentro con molta devotione invocando il Santo per lor protettione».
Durante tutta la settimana, dopo che la reliquia fu posta sull’altare della chiesa di San Carlo, le strade alle porte di Roma si affollarono di pellegrini, sia di giorno che di notte, incolonnati pazientemente alla volta della reliquia. Tanto che «pareva che si dovesse aprire l’Anno Santo, giorno in vero santo… moltissimi nobili andavano scalzi à visitare la santa Reliquia».
Tutta questa gioia non poteva non essere accompagnata dai miracoli. «La Maestà di Dio» - così chiude l’Ampla et diligente relatione del prezioso cronista – «si è mostrata sopra tutti corrispondente con sue gratie divine à questa festa, né lascia tuttavia occasione di mostrarci quanto li sia grato l’onor, che si fa al Santo, & le sue Reliquie, che come hò detto sopra, par che per mezzo di questo Santo Cuore, voglia l’indurati nostri cuori far molli, & camei in contrittione, & devotione; & in oltre verificarlo con miracoli, che si son veduti». Come il miracolo di quel cocchiere che veniva investito e travolto dai cavalli e dalla carrozza proprio nel momento in cui la Reliquia lasciava la chiesa di Santa Maria del Popolo. Ma come se non fosse avvenuto nessun incidente, questo vetturino «si levò in piedi nettandosi gl’occhi, come se dal letto si fosse rizzato senza haver mal veruno».

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