Santi e Beati
volto santoAl Laterano, il fulcro attorno al quale ruota parte importante della storia della Chiesa di Roma,
carità e arte si fondono nell’immagine di Cristo Salvatore del mondo.
La storia parte da lontano, esattamente dalla prima metà IV secolo: la basilica lateranense voluta da Costantino il Grande fu intitolata al Santissimo Salvatore e consacrata il 9 novembre del 324, sotto il pontificato di Silvestro I. Per l’occasione, fu realizzato un mosaico raffigurante il Salvator mundi per il catino absidale della cattedrale.
La dedicazione della basilica a San Giovanni Battista, così come la conosciamo attualmente, ebbe luogo molto più tardi, nel IX secolo, ad opera di papa Sergio III; mentre tre secoli più tardi, papa Lucio II estese la dedicazione a san Giovanni evangelista, l’apostolo prediletto di Gesù.
Il Volto Santo
Nel VII secolo circa, l’icona del Volto Santo o Acheropirita del Salvatore (cioè, dipinta da mano non umana), proveniente da Costantinopoli, fu collocata nella cappella di San Lorenzo al Patriarchio Lateranense, la cappella privata del papa. Meglio conosciuta come Sancta Sanctorum alla Scala Santa, vale a dire il “luogo più sacro che ci sia al mondo” che per secoli è stato il più grande reliquiario di Roma perché ospitava alcune delle reliquie più importanti della cristianità. Tra queste, appunto, la Scala Santa che, secondo la tradizione, era quella che Gesù salì a Gerusalemme per raggiungere l’aula dove avrebbe subito l’interrogatorio di Ponzio Pilato, prima della crocifissione: una scala che ancora oggi è oggetto di venerazione, sui cui gradini di legno s’inerpicano in ginocchio pellegrini in preghiera. Essa era stata fatta trasferire a Roma da Elena, la madre di Costantino, in occasione del suo viaggio a Gerusalemme alla fine del IV secolo, intrapreso proprio per rintracciare i segni della vicenda terrena del Signore.

Il Volto Santo in processione
Tornando all’icona del Volto Santo di Gesù Salvatore del mondo, non si sa con esattezza dove essa fosse custodita dopo il suo arrivo a Roma da Costantinopoli, ma la sua presenza nella cappella al Laterano è attestata già all’epoca di papa Stefano II (752-757). Fino al IX secolo era in uso che dal Laterano venisse portata in processione per le vie di Roma in occasione delle principali festività mariane. Una di queste processioni è legata a una grazia particolare per la città di Roma e alla memoria di papa Stefano II. Il cuore della cristianità era sotto la minaccia dei Longobardi guidati da Astolfo, che reclamavano la restituzione dei territori che i loro predecessori avevano donato al Papa. Era il 753 e per chiedere la protezione divina, la reliquia fu portata in spalla da papa Stefano, che la portò dal Laterano a Santa Maria Maggiore a piedi nudi e con il capo coperto di cenere. La vicenda ebbe un esito felice, dal momento che Astolfo rinunciò a reclamare i territori contesi e a muovere guerra a Roma, cosa che fu interpretata come un miracolo del Volto Santo. Dalla metà del secolo IX, a partire dal pontificato di Leone IV (847-855) la processione del Volto Santo aveva luogo una sola volta l’anno, in occasione della solennità dell’Assunzione in cielo della Beata Vergine Maria e si teneva nella notte fra il 14 e il 15 agosto. Alla luce delle fiaccole l’immagine usciva dal Sancta Sanctorum a mezzanotte e raggiungeva il Colosseo transitando per via dei Santi Quattro Coronati e San Clemente. Dal Colosseo il corteo passava sotto l’arco di Costantino e, percorrendo la Via Sacra, sotto l’arco di Tito, raggiungeva Santa Maria Nova (denominata anche chiesa Santa Francesca Romana). Durante questo tragitto passava davanti ad un oratorio ormai scomparso, eretto per ricordare la sfida lanciata da Simon Mago - considerato dagli eresiologi come il primo degli gnostici - a san Pietro.
Dopo una breve sosta a Santa Maria Nova, il corteo si addentrava nel Foro Romano e arrivava fino all’arco di Settimio Severo, dove il Senato attendeva la preziosa icona del Volto del Salvatore su un palco fatto adibire appositamente: un modo per dimostrare l’omaggio delle autorità civili alla sacra immagine. La processione continuava il suo percorso attraverso la Suburra, la salita di San Martino ai Monti, via di Santa Prassede e arrivava all’alba a Santa Maria Maggiore dove la attendeva il Papa, che già ai tempi di Innocenzo III (1198-1216) non andava più in processione. Nella basilica mariana avveniva la parte più importante del rito: l’incontro con la Madonna, in questo caso con la Salus Popoli Romani, l’icona di Maria più importante e miracolosa di Roma che ancora oggi si trova in questo tempio. L’immagine di Gesù entrava nella Basilica per incontrare e rendere omaggio all’immagine di sua Madre, quindi il corteo imboccava via Merulana e prendeva la strada del ritorno in Laterano, dove l’icona del Salvatore tornava al suo posto sull’altare della Cappella al Sancta Sanctorum.

Il Sancta Sanctorum
Da un punto di vista artistico il Sancta Sanctorum è un autentico gioiello: gli affreschi delle pareti e della volta come anche il pavimento cosmatesco, accompagnano il mosaico posto al di sopra dell’altare sul quale è poggiata l’immagine del Salvatore. A chiudere il tutto due colonne di porfido, poste a incorniciare l’altare. Secondo l’insigne studioso di arte cristiana Heinrich Pfeiffer, l’icona giunse a Roma da Costantinopoli attorno all’anno 705. E, a partire dal pontificato di Gregorio II, fu custodita nel Sancta Sanctorum per tutto il tempo delle lotte iconoclaste, come a preservare, durante quei torbidi nei quali le immagini sacre venivano distrutte, l’icona di Cristo più cara alla cristianità. Quando gli imperatori bizantini persero pian piano il loro potere e il loro influsso sull’Italia, quell’immagine poté essere trasferita in Vaticano, mentre al Sancta Sanctorum fu posta una copia, quella che vediamo oggi. Fu Innocenzo III a promuoverne il culto e in quella occasione, per la prima volta, l’immagine originale trasferita a San Pietro fu denominata Veronica, cioè “vera icona” di Cristo. Il titolo Volto Santo rimase invece a quella custodita al Sancta Sanctorum in Laterano.
Sempre secondo Pfeiffer, l’immagine vaticana si troverebbe oggi a Manoppello, un piccolo paese in Abruzzo, per una serie di vicende a dir poco appassionanti. Quindi, anche quella conservata a San Pietro non sarebbe altro che una copia.

Il Salvator Mundi e i poveri di Roma
Nel tardo Medio Evo a custodire l’icona del Volto Santo al Laterano era stata chiamata una confraternita che aveva il compito di amministrare un grande ospedale per i poveri e gli infermi, annesso alla basilica lateranense. E l’emblema della confraternita era proprio l’antichissima immagine del mosaico del Salvatore collocato nell’abside della basilica. Nel XVII secolo, l’immagine del Salvatore fu scelta come insegna per un’opera di carità voluta da Innocenzo XII: il pontefice volle riunire al Palazzo del Laterano le tante manifestazioni caritatevoli della città per centralizzarle e rendere più efficace l’assistenza ai poveri di Roma, ricollegandosi a quel che era già accaduto con il pontificato di Gregorio Magno. Tutto il popolo di Roma era chiamato a sostenere questa grande opera attraverso l’elemosina. Sette edifici sparsi per la città furono destinati a centri di raccolta per le elemosine devolute dai romani, che venivano poi convogliate al Laterano. E per mettere sotto la protezione del Signore l’opera, furono posti su questi edifici dei bassorilievi raffiguranti proprio il Salvator Mundi. Un’opera di carità capillare, che coinvolse l’intera città e che tanto beneficio ebbe a dare ai poveri e ai derelitti dell’urbe.
Il mosaico absidale della Basilica lateranense resistette fino al pontificato di Leone XIII, e, alla fine dell’Ottocento, fu abbattuto per lasciare il posto a quello che si può ammirare oggi.

La storia del Salvator Mundi del Laterano coinvolge, ad un certo punto, la figura di Gian Lorenzo Bernini, il regista del barocco romano. Secondo lo storico dell’arte americano Irving Lavin, l’artista volle scolpire un busto del Salvator mundi per destinarlo al Palazzo Laterano, proprio là dove si svolgevano le pratiche di carità. Altre interpretazioni relative a questa splendida scultura, non necessariamente in contraddizione con la precedente, provengono dalle due biografie sul sommo artista redatte dai figli: quel busto raffigurante il Salvator mundi fu l’ultima opera del Bernini, un anno prima di morire, scolpita solo per «sua devotione» tanto da definire quel busto «il mio Beniamino».
Chi volesse ammirare la splendida scultura berniniana, la può trovare nella Basilica di San Sebastiano fuori le Mura lungo l’Appia Antica, in bella vista, appena entrati nella basilica. sulla destra.

©  Pina Baglioni  su Fb

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